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Swing

Il crollo della Borsa di New York nel 1929 generò una profonda crisi economica che colpì in modo diverso, le classi della società americana rendendo tutti, indistintamente, più poveri.

La crisi si fece sentire sulla vita musicale e il jazz non ne fu esente: fallirono case discografiche, chiusero e si sciolsero le band. Tutto il movimento jazzistico perse di vitalità e consistenza.
Molti musicisti si rifugiarono in Europa trovandovi nuovi ingaggi (Armstrong XXXX), altri si spostarono a Kansas City, città del Missouri in mano alla malavita, a lavorare in piccoli cabaret. Qui nelle terre del blues ritrovarono nuovi stimoli, come a New York, dove era possibile esibirsi solo in “grandi locali”, vedi il Cotton Club di Harlem diretto dall’ex peso massimo Jack Johnson e dal gangster Owney Madden, in cui si affermò l’orchestra di Duke Ellington e mossero i primi passi personaggi del calibro di Cab Calloway.

In questo periodo di crisi la gente preferisce le canzoni melodiche e melense di Hollywood proposte alla radio ed eseguite da cantanti impomatati e dalla voce tremolante (F.Astaire, G.Rogers…). Canzoni che raccontano di un ipotetico eldorado, un mondo della cuccagna del tutto immaginario, una sorta di anti-depressivo: chi voleva guardare in faccia una realtà fatta di povertà, di sacrifici, di mancanza di tutto!

Le band di New Orleans e della scuola di Chicago furono dimenticate. Alcune orchestre bianche riuscirono a sopravvivere, come quella di Paul Whiteman ma si dovettero adattare al nuovo genere, persero così, poco per volta, di vitalità e consistenza, e smarrirono la propria identità.

Il 29 agosto 1935 al Palomar Ballroom di Los Angeles si stava esibendo l'orchestra del clarinettista bianco Benny Goodman. La festa non decollava ed era chiaro a tutta la band quanto fosse fiacca la serata, il tour, tutto.
A quel punto, vuole la leggenda, Benny Goodman decise di cambiare rotta …se deve finire male, almeno suoniamo la nostra musica. Attaccarono King Porter Stomp, un vecchio pezzo di J.Roll Morton, e fu un successo strepitoso. La gente si scatenò al ritmo di quella musica e fu Swing così battezzato da un anonimo disc-jokey. Il ritmo è l'elemento principale dello Swing. Un ritmo in quattro sempre più veloce, un vortice entro cui lanciarsi in un ballo sfrenato: in un attimo la depressione era finita, la crisi economica alle spalle.
Grazie al New Deal, un piano economico varato dal presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt a metà degli anni trenta si attenuano gli effetti della crisi e la depressione lascia lo spazio a un periodo di ottimismo è in questo contesto che nasce lo Swing.

La parola swing è la parola chiave della musica jazz. Essa viene impiegata in due accezioni diverse, cosa che costituisce di nuovo una possibilità di creare dei malintesi. In primo luogo sta indicare un elemento ritmico che conferisce al jazz quella tensione che alla grande musica europea viene conferita dalla forma. Questo elemento è dunque presente in tutti gli stili, in tutte le fasi e in tutti i modi di suonare del jazz ed è tanto indispensabile al jazz che si è arrivati ad affermare: senza swing il jazz non esiste. In secondo luogo la parola Swing, sta indicare lo stile jazzistico degli anni trenta – cioè quello stile con cui il jazz ha raggiunto i massimi successi commerciali; Benny Goodman fu definito “King of Swing”. (J.E.Berendt)

Lo Swing ha diversi aspetti che ci permettono di riconoscerlo. Ha un ritmo regolare, non dimentichiamo che la sua funzione principale è il ballo e proprio per questo si esibisce in ballroom che richiedono una band costituita da diciotto e più musicisti con preferenza per gli strumenti a fiato (trombe, sax, tromboni e clarinetti). La sezione ritmica è sempre guidata da batteria, contrabbasso, chitarra e pianoforte.
Un gruppo di questa portata non improvvisa la musica ma trova sul leggio la parte da suonare. Di un brano è scritta tutta la partitura esattamente come per un’orchestra europea. Questo ci porta a una serie di considerazioni. Il musicista di jazz non è più un dilettante che suona a orecchio bensì un musicista professionista e non solo perché sa leggere la musica ma perché deve assumerne il ruolo: ci sono tour, registrazioni, appuntamenti radiofonici vari, deve essere puntuale e mentalmente predisposto, in una parola professionale.
Non c’è orchestra senza direttore. Qui il ruolo è più complesso. Il direttore è chiamato band leader. Il suo compito assomiglia a quello del kappelmeister tedesco d’indirizzo luterano. Compone la musica tenendo bene a mente chi deve eseguirla, quali siano le eccellenze presenti nel suo gruppo. Sovraintende all’arrangiamento e alla realizzazione dello spartito. Presenta in pubblico il brano suonandolo con la band. Recluta i musicisti, si procura gli ingaggi, prende accordi per le serate, le tournee, le incisioni, tutto deve essere organizzato e chi non accetta le sue regole è messo alla porta.

Se queste sono gli aspetti organizzativi dello Swing sul piano strettamente musicale, contrariamente a quanto sostenuto da molti amanti del jazz e da molti critici, è cambiato poco rispetto al passato, chiaramente ci sono modifiche, aggiustamenti e rielaborazioni ma la sostanza non è rimasta la stessa. Il brano è sempre costruito nel modo tradizionale: un’introduzione con la presentazione del tema, più volte ripetuto e rielaborato cui seguono momenti d’improvvisazione per ritornare alla ripresa del tema con il suo finale. Non si rinuncia all’improvvisazione, potrà sembrare meno spontanea perché inserita in un contenitore che la suggerisce e la prepara ma è vera improvvisazione perché affidata alla/e “star” del gruppo. Si prenda per esempio Concert for Cootie scritto da Duke Ellington per il trombettista Williams Cootie, Il brano è pensato perché il solista possa, in più momenti e liberamente (improvvisazione) interpretare il brano.
Lo schema Call and reponse della tradizione afroamericana, vedi worksong e blues, è affidato nello Swing alle sezioni dei fiati: trombe, sax e tromboni si alternano con domande e risposte in puro stile responsoriale.
L’arrangiamento, ovvero la rielaborazione di un tema armonizzato per una grande formazione, è un aspetto determinante nella riuscita di un brano. Ai band leader e agli autori dei brani si aggiungono gli arrangiatori cui è affidato il compito di preparare il tessuto orchestrale, sul quale s’innestano le improvvisazioni dei solisti e deve essere tanto più complesso quanto più originali sono i solisti stessi, oltre che studiato sulla loro personalità: fra tutti si ricordano Billy Strayhorn che lavorò con Duke, Benny Carter, Sy Oliver, Flechter Henderson che lavorò con Goodmann, Don Redman e Mary Lou Williams.

Il successo dello Swing sarà prodigioso. Ovunque si poteva ascoltare questa musica, è con lo Swing che il jazz diventa la musica degli americani vissuta nella sale da ballo o nei locali, alla radio o tramite i dischi.
Moltissime furono le orchestra di primordine dello Swing, tra queste emergono per qualità sia propositiva che interpretativa le band di Benny Goodmann (tra l’altro il primo che riuscì a costituire una band di successo costituita da bianchi e neri), Duke Ellington, Count Basie, Glenn Miller, Tom Dorsey, Lionel Hampton… Sarebbe sbagliato ridurre al collettivo delle band la capacità creativa dello Swing, in questo periodo emergono  solisti di grande spessore come i saxofonisti Lester Young e Hawkins Coleman, il batterista Gene Krupa, i trombettisti Williams Cootie e Roy Eldridge, il contrabbassista Jimmy Blanton o le voci di Ella Fitzgerald e Billie Holiday.

Lo swing ebbe una portata mondiale. Per la prima volta si assiste a un fenomeno di questa portata.
La radio contribuì in maniera decisiva a diffondere in tutto il mondo lo Swing. In Italia dove il fascismo aveva proibito qualsiasi "cosa" provenisse dall'estero, anche le sole parole, lo Swing fu rinominato "ritmi-moderni" e suonato dalle orchestre di Rabagliati e Kramer (Ba-ba-baciami piccina, Silenzioso slow, Pippo non lo sa, Maramao perché sei morto).
In coincidenza con la IIGM divenne la musica per eccellenza delle forze armate USA e portata ovunque, dal Pacifico alla Normandia passando per la Sicilia e indirettamente divenne la musica della liberazione, con i suoi V-disk, dischi della vittoria, sinonimo di libertà per tutte le popolazioni oppresse dalla dittatura nazista.

Tutto questo successo finì con nuocere allo Swing. Il rischio di scadere a banale canzone commerciale, portandolo mille miglia lontano dalle sue origini afroamericane, era molto forte. Infatti, così avvenne e verso la fine della IIGM alcuni musicisti, scontenti della piega che aveva preso lo Swing, decisero di percorrere altre strade che li riportassero lungo il solco della più genuina vocazione jazzistica: nascerà il Be-bop.

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